Francesco Romito: Il lupo tra politica, scienza e convivenza

Tema: Novità
25. Agosto

Il lupo continua a dividere l’opinione pubblica in Europa: specie da proteggere o minaccia da contenere? Francesco Romito, vicepresidente di Io non ho paura del lupo, spiega perché la riduzione dello status di protezione nasce soprattutto da pressioni politiche e sociali e quali rischi comporta per la convivenza tra uomo e natura.

La normativa europea in materia di flora e fauna sono complessi. Solitamente la società non segue i dettagli normativi della Convenzione di Berna, della direttiva Habitat e delle leggi dei singoli regolamentazioni dei singoli Stati. Degli allegati IV e V, però, si discute con disinvoltura anche durante aste di bestiame. Che differenza c’è fra rigorosamente protetto e protetto?

 

Francesco Romito: L’inserimento del lupo nell’allegato V della cosiddetta direttiva Habitat comporta la possibilità per gli Stati membri di adottare misure di gestione più flessibili, incluso il controllo o l’abbattimento selettivo degli individui, purché tali interventi non compromettano lo stato di conservazione favorevole della specie; non si tratta quindi di una liberalizzazione della caccia al lupo, ma di un cambiamento che permette forme di intervento più ampie rispetto al regime di protezione rigorosa previsto dall’allegato IV.

 

Perché si è deciso di abbassare lo status di protezione del lupo in Europa da rigorosamente protetto a protetto?

 

Francesco Romito: Il declassamento dello status di protezione del lupo in Europa è principalmente il risultato di pressioni politiche e sociali legate alla coesistenza tra lupo e attività zootecniche, più che di dati oggettivi su danni economici su larga scala; sebbene il settore del pascolo sia marginale nell’economia agricola europea e il consumo di carne ovina sia molto basso (in media si consuma 1 chilo a persona e anno di carne di agnello/pecora). Il lupo è diventato un simbolo delle tensioni tra mondo rurale, gestione del territorio e politiche ambientali, e in molti casi la scelta di abbassarne lo status di protezione risponde più a logiche di consenso locale che a una reale necessità ecologica o economica guidata dalla scienza.

 

In Italia nella gestione, ad esempio, del camoscio e del lupo dal punto di vista ecologico/biologico? Altre specie come il camoscio, lo stambecco, la lepre variabile sono nella stessa categoria di protezione come adesso il lupo. Queste specie sono animali che si cacciano. Che differenze nella gestione tra un camoscio e un lupo saranno in Italia visto dal punto ecologico/biologico?

 

Francesco Romito: Dal punto di vista ecologico e biologico, la differenza principale tra le specie nominate sta nel ruolo che occupano nell’ecosistema: i primi sono erbivori, spesso gestiti come “risorse venatorie” attraverso piani di prelievo, mentre il lupo è un grande predatore, regolatore naturale delle popolazioni di ungulati e parte fondamentale degli equilibri ecologici. Anche se formalmente inseriti nella stessa categoria di protezione, la gestione del lupo non può seguire le stesse logiche del prelievo venatorio: ogni abbattimento può avere impatti rilevanti sulla struttura sociale del branco, sulla dinamica di dispersione e sul comportamento, con potenziali effetti controproducenti anche sul conflitto con le attività zootecniche.

 

Uno degli argomenti addotti spesso per giustificare l’abbattimento legale dei lupi è che il bracconaggio diminuirà perché esistono modi legali per uccidere i lupi e l’accettazione delle persone nei confronti della popolazione lupina salirà. Secondo Lei, e in base a studi dettagliati di cui è a conoscenza, sarà così?

 

Francesco Romito: L’idea che legalizzare l’uccisione dei lupi riduca il bracconaggio e aumenti l’accettazione sociale si sente spesso, ma gli studi scientifici non confermano chiaramente questa correlazione: anzi, diverse ricerche internazionali mostrano che l’abbattimento legale può generare l’effetto opposto, legittimando socialmente l’ostilità verso il lupo e rendendo il bracconaggio più accettabile agli occhi di alcune comunità locali. Inoltre, non esistono evidenze solide che dimostrino un legame diretto tra abbattimenti legali e aumento dell’accettazione; piuttosto, la tolleranza sociale tende a crescere quando si investe in educazione, prevenzione dei danni e coinvolgimento delle comunità locali nella gestione, non attraverso l’eliminazione sistematica degli animali.

 

L’argomento principale a sostegno dell’abbassamento dello stato di protezione è stato che i lupi adesso sono tanti, le popolazioni non sono più minacciate dal pericolo di estinzione.

 

Francesco Romito: Popolazione è un termine vago. Si sommano gli individui di intere regioni? In Trentino, in base ai dati genetici, si stima vi siano 27 gruppi familiari distribuiti nel territorio provinciale (statistica del 2024), con tassi di mortalità alti (sono 13 i lupi ritrovati morti, ma certamente non sono stati trovati tutti i corpi dei lupi morti). In Alto Adige i gruppi familiari che vivono piuttosto stabilmente in provincia sono 9 (statistica del 2024); 5 sono considerati “transfrontalieri”, perché presenti ai confini provinciali e regionali. Dal punto di vista biologico l’Alto Adige è da considerarsi “pieno” di lupi? Per le specie dell‘allegato V la direttiva europea prevede che il prelievo debba essere compatibile con il mantenimento delle specie in uno stato di conservazione soddisfacente.

Dal punto di vista biologico, parlare di “popolazione” come somma di individui distribuiti su ampie aree geografiche può essere fuorviante: la conservazione non riguarda solo il numero totale di lupi, ma la struttura, la vitalità e la connettività delle popolazioni a livello locale e regionale. Dire che una provincia come l’Alto Adige è “piena di lupi” non ha senso in termini ecologici: 9 gruppi familiari, molti dei quali condivisi con territori limitrofi, non indicano una saturazione dell’habitat né un’assenza di vulnerabilità, anche perché il tasso di mortalità resta alto e la presenza è ancora recente e instabile. A livello giuridico, la direttiva Habitat definisce il buono stato di conservazione come una condizione in cui la specie può mantenersi a lungo termine come componente vitale dell’ecosistema, con dinamiche riproduttive e diffusione territoriale adeguate, ma non esiste una soglia numerica unica valida per tutta la UE: ogni Stato deve valutare la situazione su base scientifica, tenendo conto della distribuzione geografica, della connettività tra nuclei e della possibilità per la specie di espandersi in modo naturale

 

Si stima che nel mondo ci siano 250.000 lupi (dati IUCN) e che le zone non utilizzate dagli esseri umani siano meno del 5% della superficie terrestre. Come valuta l’opinione diffusa secondo cui i lupi hanno diritto di esistere “ma non a casa mia”? La Terra ospita circa 8 miliardi di esseri umani e circa 250.000 lupi (presenti solo nell’emisfero settentrionale). Quali prospettive vede per le aree e gli animali selvatici, se la posizione della minoranza “non a casa mia” riesce a mettere in moto un processo complicato come l’abbassamento dello status di protezione, legato alla Convenzione di Berna?

 

Francesco Romito: La percezione “il lupo sì, ma non a casa mia” riflette una contraddizione profonda nel nostro rapporto con la natura: riconosciamo in linea di principio il diritto all’esistenza della fauna selvatica, ma lo subordiniamo alla nostra comodità e al nostro controllo del territorio. Se una minoranza locale riesce a mobilitare processi politici così complessi da influenzare trattati internazionali come la Convenzione di Berna, significa che le dinamiche di potere e di rappresentanza non rispecchiano proporzionalmente né la realtà ecologica né la volontà della maggioranza. Con 8 miliardi di esseri umani e appena 250.000 lupi sul pianeta, confinati in territori sempre più frammentati e marginali, la prospettiva per le aree e gli animali selvatici rischia di essere quella della progressiva esclusione: gli spazi davvero selvatici si riducono e il diritto alla vita delle specie non umane diventa condizionato, precario, e spesso revocabile in nome dei nostri interessi. Questo modello è insostenibile: non solo per la biodiversità, ma anche per la nostra stessa sopravvivenza ecologica e culturale.

 

Lei e la sua associazione date sostegni concreti a chi alleva animali da pascolo e a pastore e pastori. Che impatto prevede sul settore della pastorizia se alcuni lupi saranno abbattuti?

 

Francesco Romito: Il sostegno concreto agli allevatori e ai pastori è fondamentale per una convivenza reale e duratura con il lupo, e come associazione è uno dei nostri pilastri fondanti; tuttavia, l’abbattimento di alcuni esemplari, seppur percepito come una soluzione immediata, ha un impatto spesso limitato o addirittura controproducente sul settore della pastorizia, perché non elimina il problema alla radice: i lupi hanno strutture sociali complesse e quando un individuo viene rimosso, altri possono rapidamente occuparne il territorio, mantenendo o aumentando i rischi di predazione. La chiave per ridurre i danni e sostenere la pastorizia sta in misure preventive efficaci, come recinzioni elettrificate, cani da guardiania e un supporto economico e tecnico continuo agli allevatori, più che nell’abbattimento selettivo, che resta uno strumento limitato e da usare solo in casi estremi e ben monitorati.

 

Nelle comunicazioni di politici e responsabili si parla semplicemente di lupi che saranno eliminati, ma non si specifica se saranno lupi che hanno imparato ad aggirare le misure di protezione (se messe con cura), lupi abituati e potenzialmente pericolosi o lupi che uccidono pecore/capre/vitelli semplicemente perché se ne presenta l’opportunità, causando danni che sarebbero evitabili se il bestiame fosse ben protetto. Ci aiuti a fare un po’ d’ordine: si pensa a quote annuali di lupi da abbattere o a lupi specifici?

 

Francesco Romito: Nelle dichiarazioni pubbliche si parla spesso di eliminare i lupi in maniera generica senza distinguere tra gli individui che causano danni ripetuti aggirando le misure di protezione, quelli abituati alla presenza umana o problematici e quelli che predano solo occasionalmente in modo opportunistico, creando danni che si potrebbero evitare con adeguate precauzioni. Per questo motivo non ha senso stabilire quote annuali di abbattimento, ma è fondamentale effettuare un monitoraggio costante e preciso in modo da intervenire solo su quei lupi che rappresentano un reale problema, proteggendo così l’intera specie e riducendo al minimo gli impatti negativi sulle popolazioni vitali e strutturate.

In parole semplici: è stata fatta la legge, ma mancano ancora tutti i dettagli attuativi, dal monitoraggio costante (inclusa l’analisi genetica) alla copertura finanziaria, alla definizione concreta del cosiddetto “lupo problematico”, già esistente da tempo in Germania.

 

Un’altra curiosità: l’Unione europea copre con fondi propri i danni al bestiame causati da animali rigorosamente protetti. Se il lupo non sarà più considerato tale, ci sarà ancora una base giuridica per risarcire questi danni?

 

Francesco Romito: Se il lupo non fosse più considerato specie particolarmente protetta a livello europeo, la base giuridica per rimborsare i danni causati alla zootecnia tramite fondi comunitari diventerebbe meno solida. Attualmente, il principio che giustifica questi risarcimenti, noto anche come “Rissvergütung” nei Paesi germanofoni, si fonda proprio sul fatto che il lupo è una specie tutelata in modo rigoroso, e quindi la sua presenza e protezione rientrano in una responsabilità collettiva. Se lo status venisse declassato, gli Stati membri potrebbero comunque decidere di mantenere forme di indennizzo con fondi nazionali o regionali, ma l’obbligo o la copertura attraverso fondi UE non sarebbe più automaticamente garantita e andrebbe ridefinita politicamente e giuridicamente.

 

Francesco Romito è vicepresidente e responsabile della comunicazione dell’associazione Io non ho paura del lupo, molto attiva nella comunicazione sul tema e nella mitigazione dei danni alle greggi al pascolo; in assenza, in Alto Adige, di cartelli ufficiali che informano della presenza di cani da guardiania, diversi pastori e pastore utilizzano quelli realizzati dall’associazione.

 

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